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OrizzontEnergia

Energia e mercato: Certificati bianchi, lo scenario in vista del nuovo decreto correttivo

Enrico Biele, Energy Policy Expert, ha discusso con noi del meccanismo dei certificati bianchi, ormai prossimo ad essere modificato da un decreto correttivo che si trova attualmente in via di concertazione. L'attuale meccanismo fonda la sua forza sulla propria struttura, solida e flessibile per accogliere miglioramenti; tuttavia nel corso del tempo sono state messe in secondo piano alcune tematiche che ne hanno impedito un progressivo miglioramento. Quale sarà la strada indicata dal nuovo decreto correttivo? 

 

 

Potrebbe fornirci un giudizio sintetico sul meccanismo nel suo complesso? Sono state fatte scelte errate che lo hanno portato alla situazione attuale?

Partirei dalla considerazione che la struttura di base creata tra il 2001 e il 2005 dai Ministeri competenti e dall'ARERA (al tempo AEEG) è solida e aperta a continui miglioramenti. E questo credo sia il punto di maggior forza del meccanismo. Allo stesso tempo la struttura stessa, e le sue evoluzioni, hanno vissuto e scontato le conseguenze di errori e decisioni sbagliate non tanto in quanto tali, ma in quanto protratte nel tempo. La fase iniziale del meccanismo, di apprendimento e adattamento, ha scontato le conseguenze di almeno quattro problemi principali: schede con pochi requisiti tecnici, pratica dei buoni a risparmio forfettario, pochi controlli in situ, e possibilità di richiedere titoli su interventi già effettuati in precedenza. L'arco temporale di questi problemi è variato dai due anni (alcune schede e buoni) fino ai sette-otto anni (quando sono cominciate ampie campagne di controlli in situ). Il problema principale della seconda fase, post 2011, è probabilmente quel forte irrigidimento burocratico e dello schema che ha portato alla mancanza di fiducia e, più di tutto, di quel positivo spirito d'iniziativa imprenditoriale che seppur con qualche limite ha caratterizzato i primi anni del meccanismo. 

Tuttavia il neo principale del meccanismo, che ha fatto da sfondo nei diversi anni di attuazione, è da ricercarsi non tanto nelle decisioni sbagliate, quanto nelle decisioni non prese. Per anni è rimasto nel limbo il problema del recupero degli interventi già realizzati (con l'apice nel periodo dei "trenini" di interventi), che non hanno stimolato alcuna nuova efficienza nel Paese. Successivamente per alcuni anni si è discusso dell'addizionalità economica, sulla quale gli operatori lamentavano sia la mancata espressione in chiaro dei criteri di valutazione della stessa, sia un atto più formale di un'interpretazione. Un provvedimento (decreto, circolare o al limite una faq) ministeriale sarebbe bastato e sarebbe stato certamente di conforto.

O ancora le indecisioni sulla scheda 40E relativa all'impiego di caldaie a biomasse per le serre, prima applicata, poi proceduralmente tenuta a bada e successivamente approdata nei tribunali amministrativi.

Purtroppo il non decidere dà luogo a investimenti sprecati, battaglie legali e contribuisce ad aggiungere ulteriore incertezza allo schema.

Ruoli e resp. Certificati bianchi.png

Fig.1 : Ruoli e responsabilità nell'ambito dei Certificati Bianchi

 

Come si inserisce il meccanismo italiano, che è uno dei più longevi, nel contesto europeo?

L'Italia ha molto da insegnare ad altri Paesi perché ha un bel modello, ma potrebbe usarlo meglio. Il meccanismo ha solidi fondamentali e, come già accennato, è splendidamente strutturato in maniera tale da essere continuamente aggiornato e migliorato.

C'è tuttavia un aspetto importante da considerare. Quando si vuol parlare bene del meccanismo italiano viene spesso citata, nelle sue varianti, la frase "è un meccanismo che all'estero ci copiano e invidiano ". Volendo andare un minimo oltre va sottolineato, e con forza, che all'estero invidiano la struttura del meccanismo stesso. Ossia la struttura delle vecchie (e ultimamente vituperate) schede; la tecnica sottesa a un progetto a consuntivo ben posto; le guide operative su numerosi settori industriali; un mercato con oltre un decennio di dati e analisi disponibili. Ma non sanno granché sui ritardi tecnici nelle pubblicazioni dei provvedimenti (Nuovi progetti Standard, Guide operative e fino a quindici mesi fa anche le nuove linee guida), dei problemi annessi al coefficiente di durabilità, dei ricorsi pendenti nei vari tribunali (TARTAR
Residuo pesante derivante dalle operazioni di raffineria, particolarmente ricco di zolfo e molto viscoso.
, Consiglio di Stato), delle complessità presenti dietro a un prezzo dei titoli che non ha più senso.

Qualche settimana fa sono stato invitato a Parigi dalla IEA che sta cercando di comprendere, a fini di analisi delle policy mondiali in tema di efficienza, le ragioni sottostanti alle variazioni negli obiettivi nazionali di risparmio energeticorisparmio energetico
Con questo termine si intendono tutte le iniziative intraprese per ridurre i consumi di energia, sia in termini di energia primaria sia in termini di energia elettrica, adottando stili di vita e modelli di consumo improntati ad un utilizzo più responsabile delle risorse.
e al prezzo dei titoli curiosamente schizzato negli ultimi due anni. Abbiamo affrontato insieme il tema, constatando personalmente, con una lieve amarezza, che ultimamente i discorsi vertono principalmente sulle distorsioni che si stanno creando nelle policy italiane anziché intorno a una sana ed entusiasmante evoluzione delle policy stesse.

Nel medio periodo sarà interessante osservare cosa faranno Paesi che da poco hanno implementato un meccanismo d'obbligo (e quindi sono ancora in una fase embrionale) ma che hanno solide esperienze in altri aspetti del settore energetico. Come ad esempio il caso dell'Irlanda, che ha aperto da pochi anni le porte ad un EEO, ma che tende a promuovere i sistemi certificati ISO 50001 e il protocollo IPMVP anche a livello istituzionale.

 

 

L'aumento dei prezzi potrebbe favorire potenziali investitori esteri incuriositi e attratti dall'aumento di prezzo?

Per gli investitori il discorso è diverso. Un investitore non ricerca un livello di dettaglio che compete ad un analista o a un ricercatore, ma guarda sostanzialmente alla stabilità dell'investimento stesso che gli possa garantire un ritorno adeguato nel tempo, così da creare un profitto e/o dei dividendi.

In generale l'investitore, per quanto grande esso sia, non ha competenze tali da conoscere in dettaglio ogni aspetto connesso ad un investimento in efficienza energeticaefficienza energetica
Con questi termini si intendono i miglioramenti che si possono apportare alla tecnologia per produrre gli stessi beni e servizi utilizzando meno energia, con conseguente riduzione dell' impatto ambientale e dei costi associati.
e relativo meccanismo incentivante primario
(in particolare se complesso come quello italiano). Al più si affiderà a degli analisti che valuteranno anche le condizioni al contorno (quali la stabilità delle regole), o a dei consulenti del Paese di interesse.

Purtroppo in entrambi i casi la situazione attuale non favorisce certo prospettive ad investitori che guardano al lungo periodo. Sulla stabilità delle regole l'Italia non mostra particolari punti di pregio da rivendersi, a cominciare dalla vicenda dello spalma-incentivi che è ancora fresca nella memoria degli investitori in campo energetico.

Ma anche qualora l'investitore si affidasse a consulenti locali, quanti sarebbero in grado di spiegare nel dettaglio cosa sta succedendo in un mercato che ha triplicato i prezzi nel giro di un paio di anni? E quanti si sentirebbero di garantire che valga la pena investire e pianificare su orizzonti temporali che arrivano ad un decennio?

Andamento per sessioni.png

Fig. 2: Fonte - GSE, Rapporto annuale sui certificati bianchi.

L'investitore a lungo termine, quale ad esempio può essere un fondo pensione, in condizioni di complessità e scarsità di informazione guarda semplicemente nella scatola e se vede una situazione tranquilla (stabilità delle regole generali, profittabilità e tempi di rientro abbastanza certi) approfondisce, altrimenti richiude la scatola e guarda altrove.

In condizioni di caos, incertezza e società in difficoltà può farsi avanti invece un altro tipo di investitore, che con questi contesti va a nozze. L'investitore "vulture", che punta a rilevare quote in società in difficoltà e a trarre il massimo profitto dalle difficoltà economiche del momento.

Vogliamo davvero rinunciare ai primi per questi ultimi?

 

 

Qualche possibile miglioramento al meccanismo attuale, anche alla luce della bozza del nuovo decreto?

Senza andare molto lontano, visti i dati e gli umori che hanno anticipato e seguito il D.M. 11 gennaio 2017, sarebbe stato opportuno ragionare su un possibile ripristino della struttura del D.M. 28 dicembre 2012, che era tutto sommato un buon decreto, integrato con alcune migliorie apportate dal D.M. 11 gennaio 2017. Dico “sarebbe stato” perché, come noto, è ormai già pronto e in via di concertazione un decreto correttivo.

Tale decreto contiene alcune interessanti novità, che snelliranno alcune procedure e aiuteranno lo schema:

  • l’aggiornamento dell’elenco dei progetti mediante concertazione tra i Ministeri e non per decreto (maggior rapidità);
  • l’acquisizione di nuove informazioni dagli operatori del mercato in merito alle strutture societarie (maggiore trasparenza);
  • l’introduzione di 30 nuove tipologie di interventi ammissibili e l’ampliamento delle cumulabilità (maggiore elasticità).

Ma ne contiene altre che non risolvono i problemi alla radice, ma tendono principalmente a spostarli. E traslare i problemi nel tempo è, ancora una volta, non decidere. Ad esempio, se gli obiettivi di un determinato anno non possono essere raggiunti, anziché prevedere una compensazione nei due anni successivi, sarebbe più opportuno guardare in faccia il problema e tararli al ribasso. Così come la novità di dare mandato al GSE di emettere titoli “fittizi” del valore di 260 euro per soccorrere i distributori nel caso di difficoltà a raggiungere gli obblighi, è semplicemente un modo di sopperire temporaneamente ad un qualcosa che non va. Innanzitutto perché se i distributori hanno difficoltà a “produrre” o comprare titoli oggi, ne avranno anche domani, quindi l’acconto che verseranno sarà non molto diverso da una sanzione predeterminata. E in secondo luogo perché si va ad arricchire il meccanismo di operazioni creative di cui non vi è francamente bisogno, andando a scollegare i risparmi presunti da quelli reali.

Ovviamente l’auspicio sarebbe di aumentare gli obiettivi, non diminuirli, e consentire ai distributori di trovare i titoli necessari sul mercato e non altrove. Per andare in questa direzione andrebbero pubblicate accanto alle guide settoriali (menzionate nuovamente nella bozza circolata), anche le nuove schede (PS), di cui si sono un po’ perse le tracce. Le procedure semplificate sono imprescindibili in un meccanismo del genere, che contempla sia un ventaglio estremamente ampio di tecnologie, tecniche e soluzioni, sia un mercato che necessita qualche certezza in più, che flussi più o meno costanti di titoli ad erogazione trimestrale (schede standard o analitiche o PS) possono dargli.

Le vecchie (ma utili) schede, in particolare dopo le ultime notizie sulle truffe, vengono ormai viste di cattivo occhio. Il problema tuttavia non sono le schede in sé: eventualmente sono i requisiti blandi in alcune di esse; le difficoltà connesse ad un controllo real time di una mole di dati rilevante; il gran quantitativo di titoli legato alla possibilità di presentare pratiche con recupero del pregresso (oggi non più possibile, ma gli effetti delle emissioni trimestrali su cinque o otto anni sono ancora evidenti). Sono problemi affrontabili e da affrontare, alcuni dei quali già archiviati, ma che non dovrebbero portare ad una chiusura totale sull’argomento. Anche ammesso che le vecchie schede standard non vogliano più essere contemplate, si potrebbe riflettere almeno sul reimpiego delle schede analitiche (producendone di nuove magari), che hanno dimostrato di poter coniugare procedure guidate a misurazioni continuative.

Un ultimo punto essenziale da considerare è che il Sistema-Paese è pieno di competenze sia a livello istituzionale che a livello associativo o privato, e queste sono la risorsa principale che tiene in piedi il sistema stesso. Solo che sono estremamente sparpagliate, e questo impedisce spesso delle sinergie. Oltre al livello istituzionale, esistono numerose associazioni, alcuni dipartimenti universitari e anche operatori di mercato che sull'argomento hanno un bagaglio di conoscenze pluridecennali che vanno ben oltre gli orizzonti politici o dei turn-over delle strutture tecniche istituzionali, e che andrebbero maggiormente coinvolti (al limite semplicemente ascoltati o "auditi", che dir si voglia), nella definizione e nell'aggiornamento delle policy.

 

Intervista ad Enrico Biele, Energy Policy Expert, a cura di Orizzontenergia.

 

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Data: 18/04/2018

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