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La tutela risarcitoria contro i danni ambientali tra Direttiva 2004/35/CE e D.lgs. 152/2006

Tutela risarcitoria contro i danni ambientali.jpg

 

Antonio Aruta Improta

Aprile 2018, Aracne Editrice

http://www.aracneeditrice.it/index.php/pubblicazione.html?item=9788825510942

 

 

Quanta rilevanza possono assumere i danni ambientali oggi?

Per dare una risposta a tale domanda, occorre partire dal presupposto che l’uomo e le risorse naturali fanno parte di un sistema complesso, nel quale sono posti tra loro in costante interrelazione, denominato ambiente.

Nell’ecosistemaecosistema
È l'insieme di tutti gli organismi viventi (animali e vegetali) presenti in un determinato ambiente e delle relazioni che intercorrono tra di loro e tra essi e il sistema fisico circostante.
, ciascuna risorsa naturale è fondamentale, sia essa di natura biotica (organismo vivente) o abiotica (materia non vivente), in quanto produttiva di un determinato servizio, destinato ad interagire o favorire il servizio di un’altra risorsa.

Si pensi solamente all’importanza del ruolo svolto dalle apiapi
American Petroleum Institute - Organizzazione che emana norme e regolamentazioni adottate quasi universalmente dall'industria petrolifera.
, grazie alle quali diverse essenze arboree ricevono il polline delle specie vegetali similari, indispensabile per la loro riproduzione.

Ne consegue che qualsiasi lesione di una componente ambientale oppure del servizio da questa svolto, comporta di per sé uno squilibrio dell’ecosistema, soprattutto se protratta nel tempo, come, ad esempio, il getto di plastiche nel mare e le emissioni nell’atmosferaatmosfera
Involucro di gas e vapori che circonda la Terra, costituito prevalentemente da ossigeno e da azoto, che svolge un ruolo fondamentale per la vita delle specie, perché fa da schermo alle radiazioni ultraviolette provenienti dal Sole. Essa si estende per oltre 1000 km al di sopra della superficie terrestre ed è suddivisa in diversi strati: troposfera (fino a 15-20 chilometri), stratosfera (fino a 50-60 chilometri), ionosfera (fino a 800 chilometri) ed esosfera.
dei gas o di altre sostanze tossiche utilizzate nei processi produttivi industriali.

In tale contesto, l’essere umano è chiamato a salvaguardare le risorse naturali, allo scopo di garantire il dinamico equilibrio del sistema ambiente, cui egli stesso appartiene. Purtuttavia, gli strumenti normativi a protezione dell’ambiente, elaborati dagli ordinamenti giuridici, non risultano ancora pienamente efficaci per diversi motivi.

A tale proposito, il volume La tutela risarcitoria contro i danni ambientali tra direttiva 2004/35/CE e d.lgs. 152/2006, edito da Aracne Editrice, aprile 2018, propone un’analisi e una valutazione, priva di sentimenti politici, della legislazione europea e italiana in materia di prevenzione e riparazione dei danni ambientali, ossia della direttiva-quadro 2004/35/CE e della parte sesta del decreto legislativo n. 152 del 2006.

La trattazione, anzitutto, puntualizza, attraverso il supporto delle tesi scientifiche e dottrinali, delle normative sovranazionali e della giurisprudenza, il concetto di ambiente nelle sue diverse accezioni: sistema, bene giuridico, materia, diritto soggettivo e interesse pubblico.

Una volta inquadrato il bene giuridico tutelato, si procede alla definizione del danno ambientale. Al riguardo, la nozione appare particolareggiata e rivela la natura di illecito plurioffensivo dello stesso danno.

La medesima lesione di una risorsa naturale, infatti, può incidere anche sulla sfera individuale delle persone fisiche o giuridiche (gli enti), le quali, pertanto, possono autonomamente agire in giudizio per ottenere il risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale subìto, conseguente dal danno ambientale.


Tali soggetti, quindi, possono essere risarciti economicamente per la perdita subita e il mancato guadagno, oppure per il danno biologico, morale ed esistenziale patito a causa del pregiudizio ecologico.

Come noto, l’incidente avvenuto nel 1976 all’interno della società Icmesa di Meda, comportò la prima eclatante dispersione di una nube tossica nell’atmosfera, che in poco tempo raggiunse diverse località adiacenti, in particolare, il comune di Seveso. All’esito dell’accertamento delle responsabilità dei vertici della società brianzola, la Corte di Cassazione, con sentenza n. 641 del 1987, riconobbe la natura plurioffensiva dell’illecito ambientale e l’autonoma risarcibilità del danno non patrimoniale-morale, patito a causa dell’esposizione alla contaminazione.

Per ovvie ragioni, alle persone giuridiche è preclusa l’azione per la risarcibilità del suddetto danno. Ciononostante, la medesima Corte di legittimità, con le sentenze n. 2570 del 2004 e n. 14766 del 2007, ha riconosciuto agli enti, sia privati sia locali (Regioni e Comuni), il diritto al risarcimento del danno all’immagine, pure turistico/commerciale, causato dall’illecito ambientale.

Segue, poi, l’esame del duplice regime di responsabilità ambientale oggettiva e colposa, nonché delle categorie dei soggetti che possono essere considerati responsabili e legittimati ad agire per la riparazione dei pregiudizi alle risorse naturali.

Si definiscono, quindi, le azioni finalizzate sia a prevenire sia a riparare i danni ambientali, con le rispettive procedure di attuazione.

In particolare, nell’ipotesi di minaccia imminente di danno ambientale scientificamente rilevata, l’operatore che esercita l’attività a rilevanza ambientale deve attuare tutte le misure opportune, finalizzate ad eliminare o ridurre il rischio che si verifichi il danno alle risorse naturali, previa comunicazione all’autorità competente, che la normativa nazionale individua nella persona del Ministro dell’ambiente.

La comunicazione può anche essere destinata agli enti locali, ossia al Comune o alla Regione, i quali hanno l’obbligo di inoltrarla al ministero preposto. Peraltro, in osservanza del principio internazionale di precauzione, l’obbligo di comunicazione sussiste anche nel caso di pericolo di pregiudizio ambientale non pienamente riscontrabile mediante gli strumenti tecnico-scientifici.

Per quanto riguarda, invece, la riparazione delle matrici naturali compromesse, occorre sottolineare che la direttiva-quadro europea prevede solo il risarcimento del danno all’ambiente in forma specifica, ovverosia mediante il ripristino della situazione di fatto esistente prima del danno.

Ad esempio, se un’attività industriale comporta l’incendio di un vitigno confinante con lo stabilimento, il responsabile dell’attività deve ripristinare lo stato dei luoghi precedente all’incendio, cercando di recuperare le medesime specie arboree oppure, in alternativa, fornire specie arboree del medesimo tipo o che offrono servizi equivalenti.

Chiaramente, maggiore è il danno ecologico, maggiori saranno le difficoltà e i costi per ripristinare le risorse compromesse. Nella triste vicenda dell’affondamento della nave Concordia nelle adiacenze del porto dell’isola del Giglio, avvenuta nel gennaio 2012, la valutazione del danno ambientale effettuata dall’Ispra appena l’anno seguente, prevedeva misure di riparazione decisamente onerose: duecentomila euro per il ripristino dei caratteristici “Scogli delle Scole”, oltre tre milioni di euro per la riparazione di circa 7.500 metri quadrati di Posidonia oceanica, ed infine, oltre sette milioni di euro per l’aspirazione e la depurazione delle acque all’interno del relitto.

Nella parte sesta del d.lgs. 152/2006, tuttavia, sono presenti ancora diversi richiami al risarcimento per equivalente patrimoniale, non consentito dalla normativa comune europea, recepita dal medesimo decreto legislativo.

All’esito della trattazione, si approfondiscono le discusse fattispecie in cui il danno ambientale viene realizzato con il contributo di diversi soggetti e della responsabilità del titolare o del gestore del sito danneggiato.

 

Di Antonio Aruta Improta

 

Data: 12/06/2018

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